In pochi mesi l’agenda del governo ha cambiato totalmente rotta, ma il solo risultato che serve al Paese è una vera e propria rivoluzione sulla modulazione dell’IRPEF, in poche parole semplificarne gli scaglioni e visto che si tratterebbe di una riforma organica, della normativa fiscale al momento in vigore, i tempi ristretti della Manovra 2020 non ne permetterebbero il varo.

Oggi il sistema viaggia con 5 scaglioni che funzionano così:

L’attuale suddivisione degli scaglioni Irpef è la seguente:

  • per redditi inferiori a 15.000 euro si applica un’aliquota del 23%
  • per redditi compresi tra 15.001 e 28.000 euro si applica un’aliquota del 27%
  • per redditi compresi tra 28.001 e 55.000 euro si applica un’aliquota del 38%
  • per redditi compresi tra 55.001 e 75.000 euro si applica un’aliquota del 41%
  • per redditi superiori a 75.000 euro si applica un’aliquota del 43%.

Ogni aliquota viene applicata solo sulla parte di reddito che rientra nello scaglione di riferimento. Ad esempio, con riferimento a un reddito di 20.000 euro, si applica l’aliquota del 23% su 15.000 euro (3.450 euro) e l’aliquota del 27% sui restanti 5.000 euro (1.350 euro) per un totale di prelievo di (4.800 euro).

L’impianto attuale, non risponde più in maniera oggettiva allo spettro dei contribuenti odierni, inoltre è scarsa la rispondenza al criterio di progressività e stride al dettato Costituzionale (art. 53 Cost.). Una serie di cause, tra cui quella di un sistema ormai troppo dispersivo, tra detrazioni, deduzioni e regimi sostitutivi, che hanno finito per rendere l’Irpef un’imposta applicata quasi esclusivamente su redditi da lavoro dipendente e pensioni che finisce per gravare eccessivamente sui percettori di redditi più bassi. L’obiettivo resta quello di ridurre le tasse ai nuclei familiari che guadagnano di meno, così da difenderne il potere d’acquisto e garantire un “tesoretto” da poter spendere nel corso dell’anno. Secondo il Primo Ministro, l’Esecutivo sta studiando una riforma strutturale del fisco, che modifichi le aliquote di tassazione oggi in vigore. In particolare, l’obiettivo è quello di eliminare le aliquote del 23% e del 27% (applicate, rispettivamente, agli scaglioni di reddito sotto i 15 mila euro e tra i 15 mila euro e i 28 mila euro) per sostituirle con un’unica aliquota del 20% da applicare ai redditi da 0 a 28 mila euro.

23% e 27% diventano un’aliquota al 20% per redditi da 0 a 28 mila euro

Questa ipotesi, garantirebbe risparmi per diverse centinaia di euro. Chi oggi guadagna 10 mila euro l’anno, ad esempio, si ritroverebbe con circa 300 euro in più nel portafoglio; per chi guadagna 15 mila euro il risparmio sarebbe di 450 euro; e così via salendo fino ai 1.360 euro di tasse in meno per chi ha un reddito annuo di 28 mila euro. La finalità è quella di far recuperare 100 euro in più ogni mese in busta paga.

Gli altri scaglioni, almeno per il momento, dovrebbero restare immutati. Inoltre, spiega il Premier Conte, è allo studio anche la possibilità di realizzare una “no tax area” fino a 8.000 euro annui da applicare ai lavoratori che hanno contratti precari. Questa misura, dunque, dovrebbe riguardare quelle categorie lavorative come i riders o collaboratori la cui situazione contrattuale non è ben definita.

Comunque, la riforma fiscale prospettata da Conte, attraverso una legge delega che riduca gli scaglioni dell’Irpef e l’IVA, non verrà attuata nell’immediato. I primi effetti si vedranno nel 2021 mentre andrà a regime  solo nel 2022 (a patto che il Governo resti in sella fino ad allora).

Nota a cura di Andrea Morichini (GAU LAZIOCREA)