È tempo di DEF (Documento Economico Finanziario), è tempo di vedere trascritte su carta le risposte alle promesse, alle ipotesi e alle speranze che l’Italia aspetta da tempo.

Le tappe, in estrema sintesi: entro il 27 settembre sarà presentata la nota di aggiornamento del documento al Parlamento dopodiché, prima del 15 ottobre, il Dpb (documento programmatico di bilancio) deve arrivare alla Commissione UE e all’Eurogruppo; infine, entro il 20 ottobre, il governo presenterà alla camera il disegno di legge di bilancio, cosicché da quel momento inizierà l’iter parlamentare per la discussione del Dpb, che si concluderà entro il 31 dicembre.

Ricordato l’iter, consapevoli delle possibili modifiche che interverranno su questo documento nel corso del processo rappresentato, veniamo al tema più caldo, ovvero il taglio del cuneo fiscale.

La dimensione del cuneo fiscale (differenziale del salario del lavoratore, al netto dell’irpef aggiunta all’addizionale comunale e regionale più il contributo previdenziale) spesso viene identificato come un ostacolo alla crescita, allo sviluppo degli investimenti e all’espansione dell’occupazione.

Per queste ragioni, l’azione del governo è orientata dapprima verso una progressiva riduzione delle tasse sul lavoro, iniziando dalla componete riconducibile ai lavoratori dipendenti. Con l’obiettivo di rendere le buste paga più pesanti finalizzato a rilanciare la domanda interna, con un effetto vantaggioso anche per le imprese, a cui invece il taglio dell’IRAP verrà rimandato.

Considerando che almeno ventitré miliardi di euro serviranno per impedire l’aumento dell’iva, che necessitano tra i tre e i quattro miliardi di euro per sostenere le spese indifferibili (es. missioni militari all’estero) e tra i cinque e i sei miliardi per la scuola e l’Università, quanto il governo potrà mettere nelle tasche degli italiani?

Valutando che un punto percentuale di taglio del cuneo fiscale vale circa 2,5 miliardi di euro, il governo, in questa prima fase, potrebbe stanziare circa 5 miliardi di euro.

La platea è ampia, contando circa venti milioni di lavoratori, ma le risorse disponibili non sono molte e soprattutto di difficile reperimento.

Uno degli fattori principali per il recupero delle risorse necessarie, da destinare poi all’abbattimento del cuneo fiscale, è la lotta all’evasione fiscale, problema annoso e di vecchia data; l’impegno di tutti i governi, negli ultimi 30 anni, a lottare senza quartiere contro l’evasione fiscale suona ormai come una “eterna promessa mancata” perché, a fronte delle dichiarazioni, non è stato mai ben definito né il campo d’intervento né le modalità sul come queste risorse possano essere recuperate.

Attualmente il governo, per agire sul cuneo fiscale, si trova davanti ad un bivio: irpef o contributi previdenziali?

Il neo ministro all’Economia, Gualtieri, ipotizza che basti un triennio per la riduzione del cuneo e quindi già nella prossima legge di Bilancio dare un primo segnale d’avvio del percorso.

Resta ancora da capire quanto forte possa essere questo “primo segnale”, immaginando già ora che, alla luce delle considerazioni su esposte, il taglio del cuneo fiscale potrebbe essere spalmato in maniera progressivamente crescente nell’arco del triennio.

Considerando gli aventi diritto, si ipotizzano due soglie di reddito, fino a 26mila euro e fino a 35mila euro: nel primo caso, sostanzialmente verrebbe confermata la platea che già percepisce gli 80 euro del governo Renzi con l’aggiunta degli incapienti.

Per gli incapienti, sotto cioè gli 8mila euro, la detrazione opererebbe sotto forma di credito da percepire in conguaglio annuale da parte del datore di lavoro o in sede di dichiarazione dei redditi. In base alle prime stime effettuate e tenendo l’asticella entro i 30mila euro di reddito, il costo dovrebbe attestarsi sui 5 miliardi l’anno. Alzando la fascia di reddito a 35mila euro verrebbero inclusi, oltre agli incapienti, anche quanti sono stati tagliati fuori dal bonus di 80 euro.

A questo punto l’incognita, come detto, è sull’impatto che avrebbero queste misure in termini di risorse necessarie.

Rispetto ai contributi previdenziali, per un contratto a tempo indeterminato si versano circa il 33% di contributi, 24% a carico dell’impresa e 9% a carico del lavoratore.

Riducendo unicamente la quota a carico del dipendente però, considerando che un punto di cuneo in meno su tutti gli occupati stabili costerebbe circa 2,5 miliardi e senza alcun aggravio burocratico per le imprese, il lavoratore avrebbe una pensione ancor più leggera all’atto dell’uscita dal mondo del lavoro.

Presto si scioglieranno le riserve e vedremo il risultato fiscale … ops finale.

Nota a cura di Andrea Morichini (GAU LAZIOCREA)