Di quello che Petrarca nel Canzoniere definì «il bel paese ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe», leggendo le pagine e le tabelle dell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese prodotto dal Censis presentato circa un mese fa, sembrerebbe non esservi rimasta più traccia. L’analisi che l’Istituto di Ricerca ha prodotto descrive una nazione in crisi profonda con se stessa, disorientata rispetto ad un’idea di futuro, in cui le sue strutturali frammentazioni si sono viepiù approfondite.

Tra i dati più eclatanti sicuramente va segnalato l’esplicito ritardo nel progresso delle funzioni sociali che un Paese dovrebbe assolvere, o almeno preoccuparsi di farlo, compiti che vanno dal generare quei processi d’inclusione atti a gestire i flussi d’immigrazione, congeniti con la natura stessa dell’evoluzione umana, o la necessità di assistere, fornendo il dovuto appoggio discendente dal patto sociale alla base di ogni comunità, quelle persone non pienamente autosufficienti e deboli, lasciate a se stesse e alle loro famiglie, le quali trovano un minimo soccorso unicamente nel volontariato.

La lacuna si allarga anche alla progettazione di politiche, effettive e non propagandistiche, che realizzino meccanismi di contrasto alla curva di denatalità, che affrontino l’esigenza della formazione scolastica e universitaria, unico mezzo per riaccendere la speranza del corpo vivo del Paese, in modo da lasciare il triste primato che vede l’Italia maglia nera d’Europa nell’abbandono scolastico, con una perdita netta di 3 mln di studenti negli ultimi venti anni. Una disfunzione dello Stato che esplode se si considerano i ritardi nell’urgenza di migliorare la macchina burocratica amministrativa o nella limitatezza degli investimenti che andrebbero diretti – un ritardo che sussiste da anni – alla realizzazione di nuove strutture e alla manutenzione di quelle esistenti. Esigenze, queste ultime, che trovano spazio di dibattito solo all’indomani di tragedie come quella del Ponte Morandi o quelle delle numerose catastrofi naturali abbattutesi in Italia negli ultimi anni come terremoti e inondazioni, in cui lo Stato è risultato sempre e comunque in ritardo.

Un situazione che porta oggi solo 23 italiani su 100 ad avere una condizione migliore dei propri genitori, polverizzando una di quelle che erano le certezze della nostra comunità fino a qualche anno fa: consolidare sempre e comunque lo status di partenza, qualunque esso fosse. Contingenza questa che ci vede ultimi in Europa.

Un solco che si approfondisce progressivamente di anno in anno come testimonia il tasso misurato dal coefficiente di Gini (indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza): più tende a 100, massima è la diseguaglianza: dal 2007 il coefficiente è passato dal 32,9% al 35,4%. Una società che ha perciò aumentato le sue diseguaglianze anziché colmarle.

In Inghilterra, Paese in cui le politiche thatcheriane hanno affermato la supremazia della legge del mercato limitando al minimo politiche di welfare, il tasso è del 33,2%. Processi questi che hanno fatto lievitare la sfiducia nelle istituzioni e che hanno identificato nell’idea stessa dell’Europa politica, anche grazie alla miopia e alla miseria con cui questa si è diffusa negli stati membri, la madre di tutti i mali patri: a fronte dell’83% degli Svedesi e l’85% degli irlandesi, ma anche il 72% degli spagnoli e persino il 61% dei greci che oggi voterebbero per restare nell’Unione, i concittadini italici ancora persuasi della validità di questa opzione si fermano solo al 44%. Anche in questo caso ultimi nel continente.

Se andiamo a controllare gli indicatori relativi alla ricchezza prodotta che arriva dal lavoro oggi è appena sopra il 50%, perciò la metà del reddito del Paese arriva da: affitti, pensioni, etc. In Italia il contributo del lavoro alla ricchezza nazionale, nel 1975, era del 61,5%. Oggi la percentuale di ricchezza nazionale prodotta dal lavoro in Francia è del 63%, negli Stati Uniti del 60,3%. Dato che fa il paio se lo si accosta ad un altro relativo sempre alla questione lavoro: nel 2007 si sono lavorate in Italia 46 MLN ore di lavoro e nel 2017, dieci anni dopo, il dato vede una contrazione a 42,7 MLN, una perdita netta di più di 3 MLN di ore/lavoro in dieci anni.

Il filo rosso della questione lavoro prosegue se andiamo a controllare cosa fanno in Italia coloro compresi tra i 15 e i 29 anni di età: il 24,1 %, non lavora e non studia. La cosiddetta “Generazione né-né (niente lavoro, niente studio)” nel nostro Paese concentra un giovane su quattro, inattivi convinti che, per l’età che hanno, ritraggono una perdita netta sulla prospettiva di crescita, che pone seri dubbi sulle possibilità di sviluppo. Una preoccupazione più che fondata se si leggono i dati relativi alla questione Istruzione: nel 2010 la Commissione Europea ha elaborato una strategia denominata Europa 2020,  un piano che si basa su una visione di crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Un punto qualificante della strategia “Europa 2020” era l’obiettivo di avere il 40% della popolazione tra i 30 e i 34 anni laureata. La situazione italiana in essere descrive poco possibile il raggiungimento di tale obiettivo, visto che I laureati italiani tra i 30 e i 34 anni raggiungono il 26,9%, contro una media Ue del 39,9%. Nella coscienza collettiva pare che le speranze si stiano indirizzando verso un altro tipo di traguardo: la metà della popolazione italiana è convinta, infatti, che oggi chiunque possa diventare famoso, e il dato sale al 53,3% tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Elementi, rileva il Censis nel rapporto connaturati alla mancanza di scelte determinanti sul fronte della preparazione delle nuove generazioni “la scuola, la formazione, lo sviluppo del capitale umano ancora una volta sono ambiti di intervento scomparsi dalle priorità dell’agenda politica”. L’Italia investe nei segmenti scolastici iniziali e nell’Università infatti il 3,9% del Pil, mentre la media europea è del 4,7%. Investono meno di noi solo Romania, Bulgaria e Irlanda. Un Paese che sceglie di estromettersi da solo da quella che ormai è assodato essersi costituita come la “società della conoscenza”, in cui si vince con il sapere, ma da noi si preferisce consolidare, con esempi non sempre positivi, il valore effimero dei social network come elemento strutturale di sviluppo e prospettiva.

Anche la libera professione risente della tendenza che il 52° Rapporto del Censis descrive come omogenea e radicata in ogni settore della società italiana: nel 2006 in Italia c’erano 453mila liberi professionisti, un tempo il cosiddetto professionista era colui che rappresentava un ideale di posizione sociale, con libertà e buon reddito. Dieci anni dopo nel nostro Paese, nonostante la crescita dei laureati, i liberi professionisti sono addirittura diminuiti a 425mila.

Tutti dati, analisi e percentuali che vengono sintetizzati nell’essere gli ultimi in Europa per la quota di popolazione con un’età da 0 a 14 anni. Solo il 13% nel nostro Paese ricade in questa fascia d’età. In Irlanda è quasi il doppio (21,1%), ma è superiore anche in Francia (18,3%) e anche nella libertaria Svezia (17,6%). La mancanza di speranze, l’involuzione in un individualismo sempre più sfrenato, si traduce necessariamente nel non voler mettere al mondo dei figli. Radicamento nelle coscienze dell’individualismo che viene confermato anche dal decremento nel decennio 2006/2016 dei matrimoni: da 245.992 a 203.258. Una trasformazione sociale profonda che afferma sempre più la dimensione individualistica: al 1° gennaio 2018, tra gli italiani compresi tra 25 e 34 anni, i celibi sono l’80,6% del totale e le nubili il 64,9%.

La necessità, a fronte della mole di dati che il Censis ha prodotto al pari di molti altri istituti di ricerca, è di invertire la rotta quanto prima, di entrare nel merito dei molteplici aspetti che costituiscono le strutture portanti di un Paese e quelle attualmente risultano essere quelle nazionali non fanno ben sperare. Sarebbe opportuno che qualcuno si preoccupi innanzi tutto di leggere questi dati, ed in un secondo momento elabori un’insieme di misure che nel breve e nel medio periodo possano rimettere in moto percorsi di speranza collettiva. Percorsi che permettano di arrestare un processo in cui è sempre il più debole a farne le spese: l’immigrato, il clochard, il disoccupato, l’emarginato, il disabile, il bambino, la donna. Una deriva che però non riguarda solo queste categorie, ma che intacca sempre più profondamente ogni gruppo sociale, allora il lavoratore dipendente diviene il fannullone, il giovane è ovviamente lo scansafatiche, il pensionato un peso. In un quadro generale in cui anziché ricostruire contesti che permettano la composizione dei contrasti e la soddisfazione di bisogni che in una società necessariamente devono essere collettivi, pena il venir meno dello stesso patto fondante la comunità, si favoriscono e si consolidano al massimo immaginari scenari in cui l’individuo da solo può farcela, seguendo la via facile, coronando il suo sogno di celebrità e danaro.

Un’idea effimera ed inutile quanto bugiarda.

Un Paese che si va caratterizzando come l’insieme di piccole e meschine identità individuali è un Paese che non ha futuro.

PIESSE