In Guerra

En Guerre

Film Francia 2018. Regia di Stéphane Brizé, con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey.

DIECI RIGHE:

La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l’ha vinta.” Questo è quanto affermava il multimiliardario Warren Buffet nel 2011, però ciò che né lui né altri hanno mai raccontato è come questa lotta sia stata vinta dalla classe dominante.

Ci prova, nuovamente dopo La legge del Mercato del 2015, Stéphane Brizé che questa volta racconta la storia della fabbrica Perrin nel sud ovest della Francia, chiusa per una delocalizzazione in Romania, decisa dalla multinazionale tedesca, proprietaria dell’impianto, specializzata in apparecchiature automobilistiche. La chiusura è successiva alla firma di un accordo nel quale viene chiesto ai 1100 dipendenti uno sforzo salariale per salvare l’azienda a fronte della garanzia occupazionale per almeno i successivi 5 anni. Purtroppo però, per le motivazioni che si scopriranno durante il racconto, dopo solo due anni l’AD tedesco annuncia di voler chiudere i battenti. Forti di un patto da loro rispettato e da una produttività in crescita, i lavoratori si organizzano per difendere il proprio lavoro, guidati dal portavoce Laurent Amédéo impersonato da un gigantesco Vincent Lindon,. Nella parabola narrativa molto ben realizzata Brizé riesce a rappresentare l’insieme delle dinamiche che hanno caratterizzato l’involuzione politica, soprattutto della sinistra europea, politica e sindacale, in atto da molti anni a questa parte.
Nel braccio di ferro ingaggiato dagli operai, per esempio, la mediazione tentata dal governo per scongiurare la chiusura si concretizza in tutta la sua inutilità.

“Lo stato ha le mani legate” è tutto quello che riesce a dire il consigliere inviato dal Presidente della Repubblica, lamentando che in uno stato democratico la libertà d’impresa è sempre da salvaguardare, impedendo un interventismo statale che si tradurrebbe in un messaggio negativo agli investitori stranieri. Il non possiamo fare nulla se non darvi la solidarietà delle istituzioni viene tradotto da un operaio, durante un’assemblea, nel molto efficace: siamo di fronte a un Amministratore Delegato che dice ad un Ministro “faccio come voglio”.

Brizé infila un dito nell’occhio evidenziando la totale assenza di una legislazione europea che armonizzi termini e condizioni con cui realizzare la libertà di impresa (ben foraggiata dalle sovvenzioni statali) senza che questa sia una verità indiscussa che si abbatte sulle vite dei lavoratori che, spogli di qualsiasi rete di protezione, restano inermi rispetto alle logiche del profitto. Un’idea di garanzie democratiche a geometria variabile e sempre dirette a non spaventare gli investitori.

Nel corso della trattativa viene anche raccontato uno dei più devastanti aspetti consolidato negli anni: la perdita della coscienza della propria condizione e la rottura, a tutto favore dei moderni padroni, dell’unità dei lavoratori. Una dinamica che ha depotenziato il ruolo dei sindacati e vaporizzato la forza dei salariati. Un’evoluzione progressiva che ha radicato nelle coscienze di ognuno l’esclusiva dimensione individualistica, che nella storia della fabbrica Perrin è rappresentata dal gruppo di operai che dopo un po’ decide di accettare l’indennizzo di licenziamento senza considerare troppo le conseguenze future, rompendo il fronte con gli altri.

E forse è proprio in quelle scene che Brizé vuole comunicare una via d’uscita ad un esito che è sempre più quello descritto da Warren Buffet. Per farlo si serve di un Vincent Lindon che ricorda il prof. Sinigallia rappresentato dal monumentale Marcello Mastroianni ne “I Compagni”, film di Monicelli del 1963 che affronta lo stesso tema – le lotte in fabbrica -, che fino allo stremo cerca di far comprendere agli operai tentati dall’assegno offerto dagli amministratori della fabbrica, che accettando la chiusura della fabbrica non ci sarà più nessun futuro.

Un’idea di conflitto che i lavoratori debbono tornare necessariamente a concepire se le trattative vengono chiuse unilateralmente e se le relazioni sindacali anziché sui tavoli vengono a realizzarsi nei tribunali, come afferma l’avvocatessa che assiste gli operai della Perrin durante un incontro con il signor Auser, AD della multinazionale, il quale con una modalità ben più violenta rispetto a quella che subirà lui stesso dopo la rottura del tavolo di confronto, alla fine del film, confessa il vero motivo della chiusura, che non è nella mancanza di produttività bensì di una redditività incapace di soddisfare le fameliche aspettative degli azionisti.

Il film di Brizè è un’opera solida che pone lo spettatore dentro la storia che a parte Lindon, è stata realizzata da tutti attori non professionisti. E’ un film che racconta come le ideologie non siano finite, come qualcuno vorrebbe pretendere, ma descrive dettagliatamente l’impatto sulle vite di uomini e donne dell’unica rimasta in piedi: la legge del mercato. La lotta di classe, lungi dall’essere scomparsa, continua e a vincerla il neoliberismo senza regole grazie a parole d’ordine come ‘flessibilità’ e ‘delocalizzazione’. Nella totale vaghezza e assenza della politica. E se le tute blu sono state le prime vittime di questa guerra, con l’affermarsi del 4.0 presto le seguiranno anche i colletti bianchi.

Nei titoli di testa viene citato Bertolt Brecht, “Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso”, il messaggio arriva però sui titoli di coda: c’è ancora qualcuno che abbia voglia di combattere?

PIESSE