Realismo Capitalista

Di Mark Fisher – 2018 NERO EDITIONS 13.00 

DIECI RIGHE:

Mark Fisher è morto suicida il 13 gennaio del 2017 a soli quarantotto anni, sconfitto da una depressione che ha cercato di combattere anche nei suoi scritti, definendola non solo secondo i canoni imposti da un sistema che ha ormai definito l’essere umano come un terminale di consumo destinato all’inseguire nient’altro altro che il piacere. Un condizionamento che porta l’uomo ad una costante sensazione di insufficienza.

Realismo Capitalista è un breve, ma estremamente profondo, saggio su quelli che sono i presupposti di un sistema, quello capitalista, che sempre di più e sempre con maggiore disumanità manifesta i suoi limiti di sostenibilità, ambientale e umana.

Uscì all’indomani della crisi del 2008, all’indomani cioè di quella crisi bancaria che anziché confermare i limiti del capitalismo confermò la dottrina thatcheriana del There is non alternative, che è diventato negli ultimi quaranta anni lo schema capace di introiettare e definire il tutto. Compresa la sua stessa dimensione antitetica e la sua stessa base di principi, dato che quella stessa crisi si risolse con un’imponente emorragia di danaro pubblico in mani private, al fine di ribadire l’assunto fondamentale: non c’è alternativa.

Fischer con Realismo Capitalista cercò di rimettere la sinistra inglese sulla giusta via, partendo da quello che per primo cercò di elaborare la cosiddetta critica di sistema: Karl Marx, utilizzando Kafka, arrivando a Deleuze, Foucault e Jameson. Senza dimenticare il contributo di Zizek.

Una sinistra inglese –ed europea– annichilita, addormentata e, a dieci anni da quella crisi, ancora in cerca di sé stessa dopo che leaders (?) alla Blair –l’uomo senza aspirazioni, il joker isterico col volto da imbonitore accomodante, il nano alla fine della storia– hanno rinnegato e negato se stessi aderendo senza nessuna morale al neoliberismo. Creando quello status quo che oggi appare difficilmente contrastabile, in cui i cosiddetti sovranisti stanno ridisegnando equilibri e strutture politiche della vecchia Europa, riesumando spettri che sembravano definitivamente sconfitti.

Una sinistra che dopo aver smesso da tempo di immaginare alternative si è abbandonata alla confortevole ricerca di soluzioni che mitighino gli eccessi peggiori del capitalismo, destinata evidentemente alla disfatta, e a una condizione autoreferenziale in cui il proprio fallimento viene dolcificato da una retorica romantica (molto apprezzata in Italia) che autoproclama gli stessi estensori di strategie e idee sbagliate al comodo ruolo della minoranza elitaria sconfitta.

Al Globalismo del Capitale, l’anticapitalismo deve opporsi ricorrendo al suo più puro, autentico universalismo.

Ma finché lo stesso termine –anticapitalismo- non verrà reintrodotto nel lessico e nella grammatica di coloro che intendono guidare processi di ricostruzione di quel fronte che un tempo era fiero e ben cosciente della propria condizione, e soprattutto dei suoi desideri, quasi fosse un atto contrario all’etica e alla morale, un atto che mette in crisi quella monodimensinalità di pensiero ormai assodata (Marcuse), è più facile immaginare, come fa Fischer nel primo capitolo del testo, la fine del Mondo piuttosto che la fine del Capitalismo.

Un sistema che brutalmente divora tutto, che costruisce l’illusione di una sua sostenibilità, agevolato nel compito da figure come il leader degli U2, Bono, che con le sue iniziative avvalora la tesi secondo cui il consumismo occidentale anziché essere il Problema da cui scaturiscono le disuguaglianze, possa risolverle acquistando i prodotti giusti. Quelli sponsorizzati da lui, o da quelli come lui.

Il tema che Fischer fa esplodere in tutta la sua drammaticità è considerare il sistema capitalista in tutta la sua brutalità, impersonale ed astratta, che ha pervaso ogni coscienza, condizionando la stessa condizione umana e l’ambiente in cui viviamo. La sostenibilità ecologica della produzione fine a se stessa è ormai evidente che sta uccidendo il pianeta, non è ancora chiaro che la sofferenza imposta dall’unico modello di vita concepibile, derubricata a problema personale, sta producendo gli stessi effetti su milioni di esseri umani. Come spiegare altrimenti il –raddoppio del livello di sofferenza tra le persone nate nel 1946 e quelle nate nel 1970-? L’idea che sia possibile concepire una società in cui tutti possano diventare Bill Gates quando invece la realtà dice altro, e cioè che questa eventualità sia andata progressivamente scemando dal 1970 in poi. Quel nuovismo “turbo-smart” che prescrive l’accettazione prona della retorica del lavoro flessibile e dello start-uppismo a tutti i costi. Quella fastidiosa retorica privatistica in cui i servizi pubblici devono essere gestiti come aziende private, quando le stesse aziende private hanno dimostrato tutti i loro fallimenti gestionali. Un sistema egoista, egotico, tutto teso alla dimensione individuale ed individualista, che travolge tutto ed in cui la ricchezza materiale è l’unica dimensione con cui arrivare ad una realizzazione personale. Una dimensione individuale che però abbandona l’individuo a se stesso, con le sue disperazioni e sofferenze, così come è facilmente riscontrabile in una qualsiasi sera in una qualsiasi periferia di una qualsiasi metropoli occidentale.

Fischer, la cui voce sarebbe ancora utile oggi e soprattutto domani, conclude questo saggio con una speranza e una suggestione: “La lunga e tenebrosa notte della fine della storia va presa come un’opportunità enorme. La stessa opprimente pervasività del realismo capitalista significa che persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa politica ed economica può produrre effetti sproporzionatamente grandi. L’evento più minuscolo può ritagliare un buco nella grigia cortina della reazione che ha segnato l’orizzonte delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile“.

L’ESTRATTO:

[…la pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati…]

[…L’ontologia oggi dominante nega alla malattia mentale ogni possibile origine di natura sociale. Ovviamente, la chimico-biologizzazione dei disturbi mentali è strettamente proporzionale alla loro depoliticizzazione: considerarli alla stregua di problemi chimico-biologici individuali, per il capitalismo è un vantaggio enorme. Innanzitutto, rinforza la spinta del Capitale in direzione di un’individualizzazione atomizzata (sei malato per colpa della chimica del tuo cervello); e poi crea un mercato enormemente redditizio per le multinazionali farmaceutiche e i loro prodotti (ti curiamo coi nostri psicofarmaci). Che qualsiasi malattia mentale possa essere rappresentata come un fatto neurologico è chiaro a tutti. Ma questo non ci dice nulla sulle cause. Se per esempio è vero che la depressione generalmente comporta un basso livello di serotonina, allora quello che va spiegato è perché in determinati individui il livello di serotonina sia basso. Farlo però richiede una spiegazione sociale e politica: ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista. Infine, intravedere un parallelismo tra l’incremento dei disturbi mentali e i nuovi modelli di valutazione per le prestazioni dei lavoratori è tutto tranne che eccentrico…]

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