Sulla mia pelle

Gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi

Film Italia 2018. Regia di Alessio Cremonini, con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano.

DIECI RIGHE:

“Sulla mia pelle” racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, da poco prima dell’arresto alla morte nella struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Una drammatica settimana scandita quotidianamente come un documentario da Alessio Cremonini. E’ il 15 ottobre del 2009, quando la vita del giovane geometra scorre in una routine fatta di lavoro, palestra, famiglia. Un ragazzo in piena forma, poi l’uscita serale con un amico,  il fermo inaspettato, la perquisizione a casa dei genitori, il pestaggio notturno in caserma da parte dei carabinieri e l’inizio della detenzione. Nessun intento agiografico nei confronti del protagonista, presentato nella sua complessità, con i suoi problemi, insicurezze e dubbi sul come comportarsi in una vicenda che con il passare delle ore e dei giorni  diventa sempre più complessa e difficile da comprendere. Nei giorni successivi si alternano presenze dello Stato in tutte le sue forme e ramificazioni e il film mette in risalto proprio il susseguirsi di volti che incrociano Stefano Borghi nei panni del giovane geometra. Uno Stefano Borghi fisicamente irriconoscibile per interpretare al meglio Cucchi e in grado di rappresentare, per quanto possibile, i suoi pensieri e le connessioni con una realtà che muta inizialmente in maniera repentina e poi sempre più lentamente. Ma sono le facce che scrutano Borghi le protagoniste. Quelle facce, carabinieri, guardie carcerarie, medici, operatori sanitari che si trovano di fronte il volto tumefatto di Cucchi rendendosi immediatamente conto della gravità della situazione e molto probabilmente anche delle cause, ma senza far scattare quell’ingranaggio che avrebbe potuto salvargli la vita. Alcuni più preoccupati di evitare responsabilità su ciò che sarebbe potuto accadere e quindi nascosti dietro carte e certificati che attestassero la preesistente situazione di salute del giovane. Altri poco più intraprendenti, ma subito pronti a gettare la spugna della verità dopo i comprensibili dinieghi del protagonista a dare spiegazioni esaustive e ufficiali, evidentemente preoccupato di non subire ritorsioni postume da chi lo aveva ridotto in quelle condizioni. In ogni caso il Cucchi di Borghi racconta più volte di essere stato pestato dai carabinieri la notte dell’arresto, ma nessuno si fa veramente carico di quelle scomode denunce, accontentandosi della  chiaramente falsa, ma sicuramente più rassicurante storia delle scale. Ecco allora che le poche parole di comprensione arrivano dalle voci degli altri dannati del girone, detenuti come Stefano, ma non in grado di fare nulla di più che provare a dispensare consigli. Una storia di solitudine, di richieste evase, come quella di incontrare il suo avvocato; una condanna da parte dello Stato che arriva prima di quella di un giudice in un processo che non si celebrerà mai. L’altra parte della storia è quella della famiglia di Stefano. Un rassegnato e impotente Max Tortora interpreta il padre Giovanni; Milvia Marigliano, svegliata la notte stessa dell’arresto nel cuore della notte e poi prima a venire a conoscenza della morte di Stefano, la madre Rita; Jasmine Trinca, sobria e severa con il fratello, ma anche determinata a comprendere la stranezze della vicenda, la sorella Ilaria. Sono queste le facce che forse avrebbero potuto salvare Cucchi, anche solo con uno sguardo di amore e comprensione in giorni di trattamenti freddi, disumanizzanti, burocratici. Ma nonostante i tanti tentativi non riusciranno più ad incrociare lo sguardo del figlio e del fratello se non cadavere. Lo spettatore che assiste al passare dei giorni, all’evidente peggioramento delle condizioni di salute di Cucchi, a quella solitudine e quel silenzio che ben presto sostituiscono il sarcasmo delle prime ore, non può che abbandonarsi all’ineluttabilità del finale con un senso di scoramento e una domanda quasi retorica e sicuramente banale a cui però non si riesce a dare risposta. Perché?

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